Joan Mirò – “Il più surrealista di noi tutti”

Articolo su Joan Mirò per “Versione” n.4 (disponibile qui), pubblicato il 9 marzo.

 

Il più surrealista di noi tutti.

Così lo definiva Andrè Breton, e vedendo le sue ultime opere c’è da fidarsi eccome.
Per capire cosa intende Breton per Surrealismo, facciamo un salto nel manifesto da lui redatto, dove ne scrive la definizione:

Automatismo psichico puro mediante il quale ci si propone di esprimere sia verbalmente, sia per iscritto o in altre maniere il funzionamento reale del pensiero; è il dettato del pensiero con l’assenza di ogni controllo esercitato dalla ragione, di là da ogni preoccupazione estetica e morale.

In poche parole, dipingiamo quello che ci passa per la testa, e i risultati sono straordinari se pensiamo che nel 1924 (nascita del movimento), a parte qualche eccezione, l’arte è immersa tra i fiorellini e le signorine danzanti dell’Impressionismo.
Veniamo dunque al più surrealista di tutti.
Joan Mirò i Ferrà nasce a Barcellona il 20 aprile 1893 e fin dall’età di 8 anni inizia ad interessarsi al disegno, ma il padre orologiaio lo spinge ad una carriera da contabile. Immaginate di essere a Barcellona ai primi del ‘900, un continuo viavai di navi, di merci, e di malattie, tant’è che il giovane Joan si prende il tifo, oltre ad un importante esaurimento nervoso procuratogli dalla “vita da ufficio”.
E’ una sorta di benedizione, Mirò non vuole più sentire ragioni, si trasferisce in campagna, a Montroig, e decide di passare la convalescenza a dipingere. Non smetterà più.
Nel 1912 entra nella scuola d’arte di Barcellona, dove conoscerà il Fauvismo. Un anno dopo parte per Parigi, dove conosce Picasso e le influenze cubiste, che si manifestano in “nudo con specchio” (1919), oltre all’ “equilibrato” Tristan Tzara (vedi Dadaismo).
Gli effetti sulla sua arte sono immediati, come si può notare da “La fattoria” (1922), dove Mirò interpreta la sua abitazione campagnola di Montroig con un linguaggio iperrealistico e schematico, a tratti inquietante. Ma è con “Terra arata” (1923) che l’artista segna il solco definitivo che lo porterà a navigare verso un linguaggio surrealista sempre più estremo. Qui la campagna di Montroig inizia a trasformarsi in forme astratte, e gli oggetti, per quanto riconoscibili, incominciano a perdere le proporzioni a vantaggio di forme pure.

“terra arata” (1923)

“Terra arata” (1923)

Da notare anche l’aggiunta di elementi “sensoriali” che caratterizzeranno i lavori successivi e il Surrealismo in generale, come l’occhio e l’orecchio visibili nell’albero, il tutto immerso in un’atmosfera onirica.
Mirò ha preso il volo e non si ferma più. Inizia ad esporre in gallerie sempre più importanti e continua a sperimentare, come nella serie degli “Interni olandesi” (1928), dove reinterpreta secondo i propri princìpi, capolavori dell’arte fiamminga seicentesca; “Il liutista” di Martensz Sorgh (1661) ne è un esempio. La sperimentazione continua e si estremizza nelle forme e nei materiali, mentre intraprende nuovi percorsi grazie a tecniche come la litografia, l’acquaforte, pittura su vetro e carta catramata.

“Interno olandese I” (1928), a confronto con “Il liutista” (1661), Martensz Sorgh

“Interno olandese I” (1928), a confronto con “Il liutista” (1661), Martensz Sorgh

Nel frattempo Mirò mette su famiglia e allo scoppio della guerra civile nel 1936 si trasferisce a Parigi. L’artista, essendo catalano e legatissimo alla sua terra, riflette la guerra nelle opere, che si incupiscono, come “Natura morta del sabatot” (1937).

“Natura morta del sabatot” (1937)

“Natura morta del sabatot” (1937)

La guerra lo perseguita anche a Parigi e si rifugia a Maiorca per sfuggire all’invasione nazista. Mirò ormai è un artista affermato e premiato nel mondo, ma rifiuta di esporre in patria come forma di protesta nei confronti del regime di Franco. Il suo percorso surrealista continua e si estremizza anche dal punto di vista teorico, dove dichiara il rifiuto e disprezzo per le forme di pittura e raffigurazione tradizionali, ed esprime l’intenzione di “ucciderle” e “stuprarle”.
Ci riesce nel 1961, con la serie “Bleu I, Bleu II, Bleu III”, qui nel dettaglio “Bleu II”, dove raggiunge il suo “nirvana”; l’opera è un’estrema riduzione all’essenziale, dove trionfano il colore blu, colore della spiritualità e del sogno, e la semplificazione totale degli elementi che galleggiano in un universo metafisico.

“Bleu II” (1961)

“Bleu II” (1961)

L’autore racconta l’opera dicendo: “Coglie il movimento dell’immobilità, l’infinito nel finito”. Come dargli torto?
Raggiunto l’apice intellettuale, artistico, concettuale, ecc. Mirò si scatena e intensifica una produzione artistica tutta da scoprire, fatta di sculture, disegni, opere dai significati nascosti ed anche maliziosamente interpretabili, fino a lasciarci a Palma di Maiorca, nella sua fondazione, il Natale del 1983 all’età di 90 anni. Proprio su quest’ultima parentesi creativa è concentrata la Mostra a Palazzo Te a Mantova “L’impulso creativo” aperta fino al 6 aprile 2015. Un omaggio ad una città di per sé surreale, se ci si arriva in una nebbiosa mattina d’inverno.

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